Trattamento di fine mandato (TFM) dell’amministratore: come funziona

Trattamento di fine mandato TFM dell’amministratore: accantonamento e tassazione separata

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Negli anni ho conosciuto più di un imprenditore che, quando l’azienda andava a gonfie vele, ha reinvestito tutto dentro la società senza costruirsi nulla a proprio nome. Poi è arrivata una crisi di settore, un contenzioso, un cliente importante che smetteva di pagare. E si è ritrovato con un’azienda in difficoltà e nessuna riserva personale.

Il trattamento di fine mandato (TFM) è un’indennità che la società può riconoscere all’amministratore alla fine dell’incarico. La società deduce gli accantonamenti anno per anno e l’amministratore la paga con tassazione separata fino a 1 milione di euro, purché il diritto risulti da un atto con data certa anteriore all’inizio del rapporto.

Tradotto: è uno dei pochi strumenti che permettono di spostare risorse dall’azienda alla sfera personale pagando meno imposte di un semplice aumento del compenso. Ma solo se lo imposti bene fin dal primo giorno. Nel mio lavoro di consulente finanziario Fineco vedo spesso TFM deliberati male, accantonati a fine anno «per abbassare l’utile» o raccontati come uno scudo inattaccabile contro i creditori. Non funziona così, e qui ti spiego perché.

Cos’è il trattamento di fine mandato e a chi spetta

Il TFM è un compenso aggiuntivo e differito: la società lo matura anno dopo anno e lo paga quando il mandato finisce. Non è obbligatorio. È la società a deciderlo, nello statuto oppure con una delibera dell’assemblea dei soci.

Per il Fisco è un reddito assimilato a quello di lavoro dipendente (art. 50, comma 1, lettera c-bis del TUIR). La sua tassazione separata è prevista dall’art. 17, comma 1, lettera c), dello stesso testo unico.

Il destinatario tipico è l’amministratore, ma il TFM può riguardare anche altri collaboratori coordinati e continuativi della società, come sindaci e revisori. C’è un’eccezione da conoscere. Se l’incarico rientra nell’attività professionale di chi lo svolge (il commercialista con partita IVA che fa l’amministratore, per esempio), l’indennità diventa reddito professionale e perde la tassazione separata.

TFM e TFR: il nome inganna

Si somigliano solo nel nome. Il TFR dei dipendenti è obbligatorio e ha una formula fissata dall’art. 2120 del codice civile: la retribuzione annua divisa per 13,5. Il TFM non ha nessuna formula di legge.

Per anni l’Agenzia delle Entrate ha provato a imporre al TFM lo stesso tetto del TFR. La Cassazione ha chiuso la questione: con l’ordinanza n. 30975 del 26 novembre 2025, richiamando precedenti del 2022 e del 2024, ha escluso che al TFM si applichi l’art. 2120.

Un chiarimento sul bilancio, perché in rete si legge spesso il contrario. Il fondo TFM è un debito della società verso l’amministratore, non una voce attiva. Diventa un’attività solo se la società investe davvero quelle somme, per esempio in una polizza, che si iscrive come credito verso la compagnia. Accantonare in contabilità non significa mettere soldi da parte.

La data certa: il dettaglio che decide tutto

Se c’è un punto su cui non si improvvisa, è questo. Quando il diritto al TFM risulta da un atto con data certa anteriore all’inizio del rapporto, scattano due vantaggi:

  • la società deduce gli accantonamenti per competenza, anno per anno;
  • l’amministratore, al momento dell’incasso, beneficia della tassazione separata.

Senza quell’atto, la società deduce il TFM solo nell’anno in cui lo paga (principio di cassa, art. 95, comma 5, TUIR). L’amministratore, poi, lo paga con le aliquote ordinarie. È la posizione dell’Agenzia delle Entrate fin dalla risoluzione n. 211/E del 2008 e la Cassazione l’ha confermata più volte.

Sull’importo c’è una sfumatura. Con la risposta a interpello n. 292 del 2021 l’Agenzia ha chiarito che, per la tassazione separata, basta che l’atto preveda il diritto al TFM, anche senza fissarne l’ammontare. La Cassazione, però, per la deduzione per competenza chiede un atto che specifichi anche l’importo. La strada più prudente è scrivere nella delibera la cifra oppure un criterio di calcolo preciso.

Anteriore all’inizio del rapporto, non alla chiusura del bilancio

Il caso classico è questo: a dicembre ci si accorge che l’utile è alto, si ricorda che lo statuto parla di TFM e si fa una scrittura contabile per accantonare una bella cifra. Quell’accantonamento non è deducibile per competenza, perché la volontà di riconoscere il TFM deve esistere prima che il rapporto cominci.

Il rapporto inizia con l’accettazione della carica. Se l’amministratore è nominato nell’atto costitutivo, è lo stesso atto costitutivo a dare data certa.

Come si attribuisce la data certa

I mezzi più usati sono:

  • l’invio del verbale tramite PEC;
  • la registrazione della delibera presso l’Agenzia delle Entrate;
  • l’estratto notarile del libro delle delibere assembleari;
  • l’invio della delibera all’amministratore con raccomandata in plico senza busta.

Nella pratica la sequenza più lineare è in due passaggi. Prima invii via PEC all’amministratore il verbale con la nomina e l’attribuzione del TFM. Poi ricevi, sempre via PEC, la sua accettazione della carica. Così l’ordine cronologico è documentato.

Un’avvertenza: la polizza non sostituisce la delibera. La polizza è il contenitore dove investire le somme, mentre il diritto al TFM nasce dall’atto societario.

Se la società esiste già

Se lo statuto non prevede nulla, si può modificare con atto notarile oppure deliberare in assemblea. Se però l’amministratore è già in carica, il suo rapporto è già iniziato. Per questo la soluzione adottata di solito è far dimettere l’amministratore e rinominarlo con una delibera che contenga il TFM e abbia data certa. Lo stesso ragionamento vale per i rinnovi: a ogni nuovo mandato conviene ripetere la pattuizione con data certa.

Con o senza data certa: cosa cambia

Effetti fiscali e contributivi del trattamento di fine mandato con e senza atto di data certa anteriore all'inizio del rapporto
VoceCon atto di data certa anterioreSenza data certa
Deduzione per la societàPer competenza, anno per annoSolo nell'anno del pagamento
Tassazione per l'amministratoreSeparata, entro 1 milione di euroOrdinaria, aliquote IRPEF progressive
Addizionali regionali e comunaliNon dovute sulla parte a tassazione separataDovute
Contributi Gestione separata INPSDovuti al pagamentoDovuti al pagamento

Quanto accantonare: nessun tetto fisso, ma serve congruità

Nessuna norma fissa una percentuale. Le cifre del 20, 25 o 30% del compenso che circolano tra gli addetti ai lavori non derivano da nessun documento ufficiale che io abbia trovato.

L’importo deve però essere congruo e ragionevole rispetto a tre elementi: il compenso dell’amministratore, i risultati della società e il peso del suo ruolo. Secondo me il parametro più difendibile è il rapporto con il compenso e con gli utili, non con il fatturato. Un TFM che porta sistematicamente in perdita il bilancio è il modo più rapido per attirare una contestazione.

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Come viene tassato il TFM

Per la società

Gli accantonamenti, con data certa, sono deducibili ai fini IRES per competenza in base all’art. 105, comma 4, del TUIR. Ai fini IRAP, invece, nelle società di capitali i costi per gli amministratori non sono deducibili, e questo vale anche per il TFM.

Per l’amministratore

Quando il TFM viene pagato, la società opera una ritenuta d’acconto del 20% (art. 24 del DPR 600/1973). Poi l’Agenzia delle Entrate ricalcola l’imposta definitiva con la tassazione separata: applica l’aliquota media corrispondente alla metà del reddito complessivo netto del biennio precedente (art. 21 TUIR). In pratica è l’aliquota media del tuo reddito annuo medio, non quella marginale.

C’è un vantaggio che quasi nessuno cita: sui redditi a tassazione separata non si pagano le addizionali regionali e comunali.

Il tetto di 1 milione di euro

Dal 2011 la tassazione separata vale solo fino a 1.000.000 di euro di indennità complessive (art. 24, comma 31, del DL 201/2011). L’eccedenza va a tassazione ordinaria, anche se c’è la data certa. Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la circolare n. 3/E del 28 febbraio 2012. La stessa circolare precisa che il tetto non si applica quando l’indennità viene pagata agli eredi.

I contributi INPS

Il TFM è soggetto ai contributi della Gestione separata INPS e si versano al momento del pagamento, non durante gli accantonamenti. Per il 2026 la circolare INPS n. 8/2026 fissa l’aliquota per gli amministratori senza altra copertura previdenziale al 35,03% (26,03% per chi ha già un’altra previdenza obbligatoria). Si applica entro un massimale annuo di 122.295 euro(verifica con il commercialista la validità della ripartizione, soggetta a cambiamenti).

Il massimale è annuo, quindi un TFM pagato in un’unica soluzione può superarlo insieme al compenso di quell’anno. In quel caso la parte oltre soglia non sconta contributi: un effetto da far verificare caso per caso al consulente del lavoro.

TFM o aumento del compenso: i numeri con le aliquote 2026

Prendiamo un amministratore che ogni anno potrebbe ricevere il 20% in più. Due strade: aumento del compenso oppure accantonamento a TFM della stessa cifra per 4 anni.

Le ipotesi sono semplificate. Il reddito complessivo coincide con il compenso, le aliquote sono quelle IRPEF 2026 (23% fino a 28.000 €, 33% fino a 50.000 €, 43% oltre) e non conto addizionali, detrazioni e contributi. I rendimenti dell’eventuale investimento restano fuori dal confronto.

TFM o aumento del compenso: IRPEF a confronto in 4 anni

Confronto tra IRPEF dovuta con aumento del compenso del 20% e con accantonamento a TFM della stessa somma per 4 anni, aliquote IRPEF 2026, ipotesi semplificate
Compenso annuoSomma in 4 anniIRPEF con aumento del compenso (43%)IRPEF con TFM (tassazione separata)Aliquota media applicataRisparmio
80.000 €64.000 €27.520 €21.280 €33,25%6.240 €
160.000 €128.000 €55.040 €48.800 €38,13%6.240 €

Il risparmio è identico nei due casi, e non è una coincidenza. Sopra i 50.000 euro di reddito, il vantaggio della tassazione separata coincide con il beneficio dei due scaglioni più bassi: 7.800 euro di imposta in meno rispetto a tassare tutto al 43%. Quel beneficio si «spalma» in proporzione al TFM: risparmio ≈ 7.800 € × (TFM incassato ÷ reddito medio annuo). Nell’esempio il TFM vale 0,8 volte il compenso, quindi 7.800 × 0,8 = 6.240 euro. A questo si aggiungono le addizionali non dovute.

La conclusione, onesta: il vantaggio è reale ma non è enorme, e cresce solo se il TFM è grande rispetto al tuo reddito annuo. Chi lo racconta come un risparmio miracoloso, di solito, sta facendo i conti con aliquote vecchie.

Dove tenere i soldi del TFM: in azienda o in polizza

Se le somme restano sul conto corrente della società, il TFM è solo un debito iscritto in bilancio. Il giorno in cui l’azienda va in crisi, l’amministratore è un creditore come gli altri. Per questo molte società investono le somme accantonate, spesso in una polizza vita con contraente la società e assicurato l’amministratore.

Polizza con beneficiaria la società

È la struttura più lineare. I premi versati non sono un costo: sono un credito verso la compagnia e non si deducono. È deducibile solo l’accantonamento al fondo TFM. Il rendimento della polizza entra tra i proventi finanziari e concorre al reddito d’impresa. A fine mandato la società incassa e paga il TFM all’amministratore, con ritenuta e tassazione separata.

Polizza con beneficiario l’amministratore

Qui il rischio è che il Fisco tratti i premi come compenso in natura (fringe benefit), tassabile subito in capo all’amministratore. Per difendersi, la delibera o lo statuto devono prevedere espressamente che la polizza serve a garantire il pagamento del TFM.

C’è poi la parte fiscale dello strumento. Sulle polizze di ramo I (gestione separata) non si paga l’imposta di bollo. Sulla componente di ramo III (unit linked) si paga lo 0,20% annuo, con un tetto di 14.000 euro per i soggetti diversi dalle persone fisiche. Dal 2025 il bollo lo versa la compagnia ogni anno e lo scala dalla prestazione al riscatto. Approfondisco questi aspetti nella guida sulle assicurazioni con gestione separata e in quella sull’imposta di bollo.

Impignorabilità: meno assoluta di quanto si racconta

L’art. 1923 del codice civile stabilisce che le somme dovute dall’assicuratore al contraente o al beneficiario non possono essere sottoposte ad azione esecutiva o cautelare. Le Sezioni Unite della Cassazione (sentenza n. 8271 del 2008) hanno escluso che il curatore fallimentare possa riscattare la polizza, ma hanno legato la tutela alla funzione previdenziale del contratto.

E la Cassazione, nel 2024, ha negato la protezione a una unit linked priva di componente previdenziale. In più, i premi versati restano esposti all’azione revocatoria se la polizza è stata stipulata in pregiudizio dei creditori.

Quindi la protezione esiste, ma funziona solo se ci sono tre condizioni: la polizza ha una vera componente assicurativa, è stata impostata quando l’azienda era sana e non serve a sottrarre beni a creditori già presenti. «Nessuno potrà mai toccarli» è una promessa che non mi sento di fare a nessuno.

Quando il TFM non conviene

Ci sono situazioni in cui lo sconsiglio, o almeno lo ridimensiono:

  • la società ha utili modesti o variabili: la deduzione serve poco e la congruità diventa difficile da sostenere;
  • servono liquidità oggi: il TFM sposta il beneficio alla fine del mandato e nel frattempo le somme restano legate all’azienda;
  • il TFM è piccolo rispetto al reddito dell’amministratore: come hai visto, il risparmio si riduce in proporzione;
  • manca la disciplina formale: senza data certa, il TFM costa fatica e regala poco.

Il consulente finanziario, per come la vedo io, è l’architetto della casa finanziaria del cliente, e la casa deve avere fondamenta solide. Il TFM è un mattone di queste fondamenta, ma non sta in piedi da solo. Va letto insieme al resto: la gestione della tesoreria aziendale, la scelta di versare il TFR dei dipendenti nei fondi pensione e la liquidità aziendale ferma sul conto da far lavorare.

Le regole fiscali che ho descritto vanno sempre applicate al caso concreto insieme al commercialista della società.

Domande frequenti

Quanto si può accantonare ogni anno per il TFM?

Non esiste una percentuale fissata dalla legge. La Cassazione, anche con l'ordinanza 30975 del 2025, ha escluso che al TFM si applichi il limite del TFR, cioè il compenso diviso 13,5. L'importo però deve restare congruo e ragionevole rispetto al compenso dell'amministratore e ai risultati della società, altrimenti l'Agenzia delle Entrate può contestarne la deducibilità.

Cosa succede se la delibera sul TFM non ha data certa?

Il TFM resta valido, ma perde i due vantaggi principali. La società non può dedurre gli accantonamenti anno per anno e scarica il costo solo quando lo paga. L'amministratore perde la tassazione separata e l'indennità si somma agli altri redditi dell'anno, con le aliquote IRPEF ordinarie e le addizionali.

Come si dà data certa alla delibera che prevede il TFM?

I mezzi più usati sono l'invio del verbale via PEC, la registrazione presso l'Agenzia delle Entrate, l'estratto notarile del libro delle delibere e la raccomandata in plico senza busta. Conta il tempismo: la data certa deve precedere l'inizio del rapporto, cioè l'accettazione della carica da parte dell'amministratore.

Sul TFM si pagano i contributi INPS?

Sì. Il TFM è soggetto ai contributi della Gestione separata INPS, che si versano al momento del pagamento e non durante gli accantonamenti. Nel 2026 l'aliquota per gli amministratori senza altra copertura previdenziale è del 35,03%, applicata entro il massimale annuo di 122.295 euro di compensi.

Il TFM accantonato in una polizza vita è davvero impignorabile?

Dipende dalla polizza. L'articolo 1923 del codice civile protegge le somme dovute dall'assicuratore, ma la Cassazione riconosce la tutela solo ai contratti con una reale componente previdenziale. Le unit linked puramente finanziarie possono esserne escluse, e i premi versati restano comunque esposti all'azione revocatoria dei creditori.

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